La “mia” Hippocratica civitas

Continuo la storia lasciata sospesa, creata sopo la lettura di un nuovo saggio su Salerno.. e divenuta da poco un articolo per “Agire”.

In quel 1632 Jean-Jacques Bouchard non poteva certo assistere alla fioritura che Salerno conobbe nei secoli successivi, quando decise gli interventi urbanistici che ne ampliarono l’antico assetto ed avviata, tra le altre cose, anche la costruzione del massimo teatro cittadino che, per gusto e scelte architettoniche, strizzava l’occhio al S.Carlo per quel porticato accessibile alle carrozze che lo connota ancora oggi.

Quando nel 1632 Jean-Jacques Bouchard arriva a Salerno erano evaporati i tempi della città normanna ,la stessa che vide Roberto il Guiscardo costruirsi una reggia, Palazzo Terracina. La Salerno del ‘600 non aveva l’appeal della “Hippocratica civitas”, della città strategicamente rilevante che non sfuggì né ai bizantini né ai normanni e tanto meno ai longobardi, la Salerno della reggia arechiana quando confluivano sul suo mercato i prodotti delle fertili terre, vanto del Principato Citeriore, dai vasti agri di Nocera-Sarno e del Tusciano per intenderci. Una città medioevale che esportava soprattutto in Sicilia e nei paesi dell’Africa mediterranea. E già questi pochi dati bastano a trasportarci nell’età di mezzo, entrata di peso nell’ immaginario collettivo contemporaneo, evocando sfide, balestre e duelli con tutto il loro “allure”. In un tempo cadenzato da valori effimeri e “virtuali”, instillati dalla pubblicità e non dalla tradizione o dal buon senso, il passato assume un innegabile fascino. Ecco, allora, che il medioevo, al quale beninteso non mancarono zone oscure, esercita una seduzione soprattutto quando prende forma di torri, saettiere, follari, ponti levatoi e reperti bronzei. Chi si fosse aggirato per le strette vie della Salerno dell’XI secolo si sarebbe imbattuto in una pleiade di artigiani: sediari,orafi, canapari, sartori con un’operosità che ancora traccia ha sedimentato nella toponomastica e nell’urbanistica salernitana.

II PARTE

5 commenti

  1. Ho sempre ritenuto che il Medioevo abbia avuto gli unici lati oscuri nella scarsa voglia di chi non ha mai voluto raccontarli bene … ma non è certo questo il caso. Credo che la distribuzione dei beni e dei poteri fosse ben commisurata alle potenzialità strategiche del territorio;
    l’urbanistica, quando davvero è concepita quale servizio per lo sviluppo, è una delle arti più nobili. Peccato solo che, col tempo e in altri luoghi, se ne sia fatto un utilizzo completamente differente. E non è demagogia, am la pura verità, riferire che al servizio dei tanti si è sostituito negli anni il tornaconto di pochi …
    (cfr. Legge 10/77 – la temibilissima ‘Bucalossi’, concepita per recar danno prima che fosse ancora effettvamente pubblicata)

  2. Sto “facendo conoscenza” da qualche anno con diversi aspetti dell'”oscuro” medioevo. Il virgolettato è d’obbligo, perchè è un’epoca, il medioevo, che ha avuto luci e lampi e della quale, purtroppo, ci fanno conoscere solo le ombre. Ma “per aspera ad astra”… bisogna farsi strada tra una “selva oscura” di superstizioni e pregiudizi, ma alla fine si giunge alla comprensione di un’epoca che fu, a suo modo, feconda…

  3. Salve Giuseppe, forse potresti trovare qualche dato sui testi di L.Cassese oppure in P.Peduto, M.Perone “Storia illustrata di Salerno”, Pacini Editore, Ospedaletto (Pi).
    Ma forse la strada migliore è chiamare l’Archivio di Stato di Salerno ( 089/225147; 089/225044; 089/226641) e chiedere consigli e titoli alla dott.ssa Granito o alla Maria Teresa Schiavino.
    In genere son abbastanza disponibili ad indirizzare gli studiosi. Lavorano alacremente per allestire mostre e eventi, soprattutto dinnanzi a nuove scoperte anche archivistiche.
    In bocca al lupo

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