L’Abbazia di Cava dè Tirreni (2)

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Chiostrino nel quale venivano sepolti i monaci e i nobili

Continuo con la seconda parte della narrazione iniziata in questo post.
Presto altri monaci seguirono l’esempio del monaco Emerico che si era ritirato nella grotta Arsicia in Cava. Si dovette attendere l’anno 1020 per vedere edificata la costruzione di una prima chiesa, presso l’attuale Badia.

Paternità? Alferio Pappacarbone ( in seguito Sant’Alferio, ndr), ovvero un nobile della corte del principe di Salerno.

La sua storia è emblematica.

Alferio rivestiva il ruolo di ambasciatore di quel principe. Settantenne, nel 1002, era a capo di una legazione diretta in Francia al re Enrico II. Ma fece i conti senza l’oste: si ammalò prima di valicare le Alpi.

Fu allora che la sua vita cambiò.

Alferio chiede ospitalità al monastero di San Michele della Chiusa, facendo voto di farsi monaco se fosse guarito.

E così la sua vita si trasforma.salferiodiraffaelestramondo1

Ristabilitosi, lascia il mondo per rivestire l’abito benedettino, e segue a Cluny sant’Odilone incontrato nel convento della Chiusa.

Ma la faccenda non si chiude qua.

Alcuni anni dopo, il principe di Salerno richiede il suo antico operato, ma Alferio rifiuta: avrebbe seguito la sua vocazione.

Fu molto apprezzato dai principi di Salerno, Guaimario III e Guaimario IV, che non mancarono di aiutare la costruzione della Chiesa.

Nei secoli papi, vescovi, feudatari protessero lo sviluppo dell’Abbazia cavense.

Ancora oggi l’Abbazia millenaria denuncia nell’architettura e nella maestosità l’epoca che la vide armare proprie navi, acquisire vari porti, come quello di Vietri, Fuenti e Cetara.

Fu l’epoca nella quale i benedettini ebbero rapporti con molte comunità dell’Italia meridionale, della Provenza, della Catalogna e perfino dell’Oriente. L’attuale facciata risale alla seconda metà del ‘700 e il Coro, la Cupola e la Trasversa furono affrescati da Vincenzo Morani nell’800.

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Di tanti gioielli è importante citare l’ambone con mosaico cosmatesco del XII secolo che brilla di luce propria.. IMG-AMBONE.jpg

Nell’interno, sui due altari, sculture pregevoli di Tino da Camaino, valente scultore senese.

In inciso è d’obbligo.

Tino operò anche nella Napoli angioina: dal 1323 al servizio di Roberto d’Angiò realizzò numerosi monumenti funebri come il monumentale sepolcro di Caterina d’Austria in San Lorenzo Maggiore, quello della regina Maria d’Ungheria in Santa Maria Donnaregina e per la chiesa di Santa Chiara, i mirabili sepolcri di Carlo di Calabria e di Maria di Valois.

Equamente suggestivo, forse di maggior interesse, nella Abbazia risulta il Cimitero Longobardo situato sotto la basilica e il chiostrino dove resistono avanzi di affreschi di Andrea Sabatini, noto come Andrea da Salerno.

Il Museo, poi, una vasta sala del XIII secolo, conserva e custodisce gelosamente innumerevoli oggetti d’arte, Codici Miniati, una Madonna con Santi ( una tavola senese del XV secolo, ndr), un cofanetto d’avorio del XI sec., un Polittico di scuola raffaellesca attribuito ad Andrea Sabatini, tele di pittori caravaggeschi, numerosi reperti archeologici; una numismatica Collezione completa e ordinata per le zecche longobarde e normanne di Salerno, maioliche abruzzesi e vietresi.

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Aggiornamento

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Mi fa molto piacere che altri di voi han partecipato al quesito linguistico-antropologico posto da me qui.

Mi risulta che nella zona di Napoli lo scaldino  si chiami “scarfalietto“. Ad esso il Genio di Eduardo Scarpetta ( scritta nel 1881 gli fu ispirata dall’opera francese La Boulé di Meilhac e Halévy,ndr)  ha dedicato una commedia che vi invito  a vedere.

Silvia conferma quanto ha asserito Pietro.

Indiana ci informa che nel parmense si chiama “il prete” e aggiunge riflessioni che non riporto… ma che potete leggere nei commenti.

Accogliamoleidee,vicentino/a, comunica che da loro si chiama “mònega” che vuol dire “monaca”.

Infine Enciclopediafamilare aggiunge che a Firenze “quello col manico è un tipo di scaldino, ma l’ altro lo chiamiamo trabiccolo”

Attendo speranzosa altri apporti, grazie.

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