Il “mio” Goethe

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Nel 2002 ho scritto alcuni brevi racconti, ispirati al viaggio che Goethe ha compiuto rimanendo abbagliato dalle nostre bellezze.
Le ombre dei Templi coprirono Goethe: la sera si era affrettata su Paestum come un rapace sulla preda.
Il tedesco chiese della Locanda e vi si avviò. Lo seguiva lo sguardo languido di una mezzaluna.
Quella prima notte sognò Cerere. Stringeva al seno spighe gonfie e pronte per la mietitura.Prima che l’immagine della dea si sbiadisse ammirò i suoi riccioli dorati , il Peplo candido arricchito da una spilla fiammeggiante raffigurante un carro alato. Per molti anni quella immagine di donna lo perseguitò.
Quella divinità ubertosa lasciò il posto al Dio col tridente.
Severo nel tratto, il busto eretto volle rivelargli i segreti dell’antica Poseidonia, i misteri della tomba dell’eroe.
Wolfang si svegliò tardi. Indolente non voleva abbandonare il mondo onirico che tanto gli aveva elargito.
Se ne crogiolava come dopo un pranzo gustoso .
Un odore di mentastro si era diffuso nella stanza , insinuandosi nei suoi pensieri.
I Templi erano là fuori, mèta desiderata e raggiunta. Un mondo a parte, chiusi nel loro altezzoso isolamento a dominare il tempo, a saltare nei secoli come stambecchi sulle alture.
Afferrò la tazza che l’oste gli offriva, gustando come ambrosia quella bevanda che sapeva di legumi.
Faceva fatica a comunicare con quella gente .
Rozza, avvezza alla fatica quanto lui alle riflessioni, lo guardava con curiosità . Lui,lo straniero di certo aristocratico che conosceva l’arte della scrittura.
Le bufale erano scomparse, ma non le loro uova che l’oste gli aveva portato in una ciotola.. Ne prese una in mano. La morse. Gli parve straordinario quel suo liquido lattiginoso . Altrettanto il sapore. Uova ? Ma non potevano essere uova come gli aveva dichiarato un inglese, incrociato a Roma .
Lo sguardo andò alle colonne doriche che si ergevano superbe tra il mare e le ginestre.
Cercava una risposta , Wolfang, a tutte quelle stranezze.
La roccia stava assumendo una tonalità differente. Baciata dalla luce , la rifletteva con una voluttà palpitante.
Il sacello ipogeo sarebbe stato la sua prima tappa. L’eroe vi era sepolto. Gloria e onore al fondatore di Paestum. Gloria e onore che dovevano varcare la soglia angusta dell’oblìo.
A lui spettavano i vasi di bronzo contenenti miele. E tanto altro.
Secoli dopo, al suo interno , ne avrebbero trovati ben otto e un vaso attico a figure nere.
Il tedesco si sedette di fronte all’edificio, racchiuso in un recinto, sotterraneo e inaccessibile dall’esterno. L’unica via di accesso era il tetto. E prese a rimiralo: voleva impadronirsi del suo mistero.
Lui era solito ghermire quanto era nel suo desiderio.
Grondava memoria il sepolcro. Wolfang la percepiva .
Custodita dai fedeli blocchi di pietra incassati.Quante immagini di vita nelle screpolature della roccia, esistenze approdate là dall’altra sponda del Mediterraneo.
Parlava greco il Sud. E lui lo sapeva.

 

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