Khayr ad-Dīn

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Il grido «li turchi alla marina» era tristemente familiare ai paesi del litorale tirrenico. Dall’altra sponda del Mediterraneo, partivano agguerrite galee saracene.
Foriero di violenze, efferatezze e saccheggi, quel grido è rimasto nella memoria linguistica, arrivando fino ai nostri giorni nei racconti popolari e nelle tradizioni.
La consuetudine di suonare le campane a distesa, a Salerno e in alcuni centri della costiera amalfitana il 27 giugno d’ogni anno, riposa in un accadimento in odore di miracolo.
Nel 1544 la flotta ottomana comandata da Khayr ad-Din ( “la bontà della fede” ), detto il Barbarossa, apparve nel golfo. In quell’occasione, più delle torri di avvistamento, fu il mare a salvare la popolazione. Quando già il terrore dilagava e la flotta era a poche miglia dall’approdo, il cielo e il mare si oscurarono.

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Le cronache raccontano di una tempesta durata circa due ore: tempo sufficiente per scongiurare il pericolo.
Le ripetute e frequenti incursioni saracene impoverivano, non solo economicamente ma anche demograficamente, i paesi rivieraschi. Una risposta efficace, a questi attacchi, la diede Federico II, che ordinò la costruzione di una corona di torri, regolamentandone la custodia con un decreto del 1235: «Die noctuque» imponeva l’imperatore!
La torre dello “Ziro”, insieme alle fortezze di Pogerola e di Santa Sofia (oggi distrutte), costituiva il complesso difensivo della città di Amalfi. Nel 1510 il bastione di tufo grigio dello “Ziro” vide consumarsi l’assassinio di Giovanna d’Aragona, duchessa di Amalfi e nipote di re Ferdinando. La sua fine crudele ha ispirato Matteo Bandello, Lope de Vega e John Webster.

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