Dedicato a Claudio

il

Per una rivista culturale decisi di occuparmi di organi a canne; con un piccolo screening stabilii che molte di queste mirabili creature artigiane sono state distrutte.

Parlare di canne oggi risulta ambiguo e pure imbarazzante. La parola ha assunto connotazione esclusivamente negativa eppure non è stato sempre così. Quando le canne erano di stagno e suonavano,poi, era tutta un’altra storia. A raccontare una vicenda d’altri tempi fatta di abilità artigiana e passione ci sono rimasti i documenti e pochissimi strumenti intatti, superstiti di una stagione creativa affascinante che inizia nel salernitano già nel 1500.

“..die 19 mensis septembris primae Indicionis 1588 in terra Novi in nostra presentia costituiti Magister Oratio Scjaloja..”. L’atto , che stipula un contratto di committenza, attesta  l’esistenza di un magnifico organo a canne nel Cilento,ai piedi del Monte Sacro, ma non solo.

Dal documento si evincono dati nuovi per un mosaico a dir poco interessante. La costruzione di uno strumento comportava un atto notarile, un costo esorbitante, un’abilità notevole ed una impensabile mole di materiali differenti.

Si scopre che un organo a canne nascondeva un meccanismo complesso nel quale la maestrìa tecnica andava sposa alla selezione accurata dei materiali.

“ ..et similmente prometteno detti preyti et siano tenuti a dare ad esso maestro Oratio per complirse et farse tale opera ogni sorte de legname, corame, ferri filati,stagni, oro, piombo, piovane et altre necessarie spettanteno a detto organo..”

Lo strumento, voluto per la Chiesa di s.Maria di Lombardi, costò sessanta ducati al clero locale che lo commissionò  e doveva essere notevole se ancora un inventario del 1691 lo definisce magnifico…

Attraverso il documento del 1588 arriviamo ad una certezza: nel salernitano dell’epoca la famiglia Scialoja era dedita alla creazione di organi a canne. Un clan e non un singolo artefice perché un’opera artigiana significava, spesso, egemonia economica e culturale.

Figlia di una tradizione gelosamente tramandata da padre in figlio, la costruzione di uno strumento a canne nascondeva segreti e  il titolo di “magister” nel senso pieno della parola.

Gli artigiani si costituivano come una classe egemone. Le famiglie degli organari erano dei potentati. Lo erano i Mangieri di San Rufo creatori di opere notevoli per tutto il ‘700. Un clan tanto accreditato da risultare sinonimo stesso del lavoro che svolgeva.

Fortunatamente la traccia lasciata dalla famiglia di organari, almeno nei documenti, è sufficiente. Un manoscritto ce ne attesta presenza ed attività nel Vallo di Diano.

“…nell’anno mille settecento cinquanta due avendo convenuto col Magnifico organista della Terra medesima di formare e costruire  un organo ottavino per uso e comodo della Cappella sotto il titolo di San Michele Arcangelo sita extra moenia di questa suddetta Terra, per lo prezzo di ducati venti..”

I contratti di stipula sono abbastanza circostanziati e costituiscono una preziosa fonte di informazione.

Il clan dei “magister” Mangieri risulta operante almeno dalla fine del ‘600 nel Vallo di Diano. Quella maestrìa fu richiesta, ed esportata fuori i confini del Vallo come attesta lo strumento  miracolosamente intatto e funzionante conservato nella chiesa di S.Cono a Castelcivita. E’ una esperienza straordinaria ascoltare il “Panis Angelicus” suonato da quell’ organo a canne con mantice di ordinanza azionato a mano.

Nella chiesa di san Pietro a Guarrazzano, frazione di Stella Cilento, esiste un altro strumento sulla paternità del quale non possono esserci dubbi: “Franciscus Mangieri – terrae S.Rufi hoc opus – fecit anno Domini 1794.” L’organo è, con buona probabilità, l’unico sopravvissuto  della grande produzione della famiglia.

Per ascoltarlo cliccare questo link.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. newwhitebear ha detto:

    bellissimo post che apre un interessante spaccato su questi straordinari strumenti.

    1. marzia ha detto:

      Pensa che del mio saggio originale ho pubblicato solo circa metà.
      Buonanotte Giampaolo

  2. Claudio Capriolo ha detto:

    Ieri avevo provato a scriverti per ringraziarti di questa dedica, non so perché il messaggio non sia stato registrato. Riprovo ora sperando che resti 🙂
    L’organo “a canne” (un tempo questa precisazione era superflua) è da sempre il io strumento preferito, probabilmente perché iniziai ad ascoltarne il suono quando ero ancora nel ventre di mia madre… Molto di quello che so sulle tecniche costruttive lo devo alla cortesia del pastore del tempio evangelico battista di via Passalacqua a Torino (mia moglie è protestante), che mi ha permesso di suonare e di esaminare lo strumento di cui la chiesa è dotata.
    In effetti la struttura di un organo è quanto di più complesso si possa immaginare nel campo degli strumenti musicali. Gli organi moderni si avvalgono ampiamente delle possibilità offerte dall’elettronica, ma un tempo il collegamento fra le tastiere e le canne era regolato da un complicato sistema di congegni meccanici chiamato catenacciatura; il flusso d’aria proveniente dai mantici (un tempo azionati a forza di braccia) è controllato mediante valvole (ventilabri) poste in una cassa (somiere) nella quale sono inserite le canne, disposte in file omogenee (registri); le canne possono essere di materiali diversi (legno, stagno, zinco) e il loro timbro dipende, oltre che dal materiale stesso, dalla loro conformazione e dal modo in cui viene fatta vibrare la colonna d’aria al loro interno (canne ad ancia, canne a suono di taglio…).
    Come potrai ben immaginare, un sistema così complesso richiede, oltre alla maestria dell’organaro che progetta e costruisce lo strumento, anche una manutenzione accurata e continua di ogni sua parte.
    Ecco perché un organo richiede un cospicuo investimento di denaro, cosa che non tutti possono permettersi.
    Uno dei compositori che amo maggiormente, il francese Jehan Alain (1911-1940, caduto in guerra a 29 anni), poté avvalersi dell’organo costruito in casa propria dal padre Albert; molte delle sue composizioni rispecchiano le caratteristiche foniche di quello strumento, che oggi è stato trasportato e restaurato a Romainmôtier, in Svizzera, non lontano da Losanna.
    Ogni organo ha caratteristiche proprie che lo rendono diverso da tutti gli altri, compresi quelli realizzati dal medesimo costruttore.
    Ogni organo è un universo a sé 🙂

    1. marzia ha detto:

      E’ sempre interessante quello che lasci o che comunque aggiungi documentarci e a documentarmi di altre realtà.
      Grazie a te di questo intervento

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