I greci parte seconda

I greci si insediarono a Lacco Ameno, il comune più piccolo dell’isola, in dettaglio sul Monte Vico.

E’ Strabone a parlarcene.

Strabone parla di come si vivesse bene in questo posto per la fertilità della terra, ma si parla di “calcheia”, “cruseia”, cioè di qualcosa che ha rapporto con l’oro. Qualsiasi rapporto con l’oro non è da intendere come giacimento ma come lavorazione.

“Davanti a Miseno si trova l’isola di Procida, che è un frammento staccatosi da Pithecusa. Questa fu colonizzata da Calcidesi ed Eretriesi, ma costoro, sebbene vivessero bene per la feracità della terra e per la lavorazione dell’oro.“

E prosegue: “ abbandonarono l’isola in seguito ad una sedizione e poi anche perché cacciati dai terremoti, dalle eruzioni e dalle acque riscaldatesi.

Già nel 1558 il medico calabrese Giulio Iasolino descrisse minuziosamente i 29 bacini termali che danno vita a 103 sorgenti e 69 campi fumarolici diffusi su tutto il territorio dell’isola con caratteri tipici per ogni sorgente che comunque si possono riassumere in due categorie principali: acque cloruro-sodiche (o salse) ed acque bicarbonato-alcaline.

I greci ad Ischia (1)

Dovrò essere breve: da ieri mi sta incalzando una brutta forma influenzale.

Questa dell’immagine è la coppa di Nestore, un reperto archeologico rinvenuto sull’isola d’Ischia, dall’archeologo tedesco Giorgio Buchner. Per la cronaca Nestore, figlio di Neleo, re di Pilo, è nei poemi omerici il più vecchio e saggio degli Achei che assediano Troia.

Il Nostro è uno dei pochi tra i “grandi” vincitori della guerra troiana a tornare sano e salvo nel suo palazzo, come ci dice l’Odissea: e non è forse un caso che l’etimologia più probabile del suo nome sia connessa al verbo neomai (“ritornare”), a indicare “colui che fa tornare felicemente il suo esercito”. E di lui sappiamo davvero molte cose, tanto che la sua memoria non è stata troppo inferiore a quella dei più giovani Atridi, del Pelide Achille o dell’astuto Odisseo. 

Poi una coppa bellissima, che il vecchio portò da casa, / sparsa di borchie d’oro; i manici / erano quattro; e due colombe intorno a ciascuno, d’oro beccavano; / sotto v’era due piedi; un altro della tavola l’avrebbe mossa a stento / quand’era piena; ma Nestore la sollevava senza fatica (Iliade, XI, vv. 632-639, trad. R. Calzecchi Onesti).

La “coppa di Nestore” divenne dunque una sorta di espressione proverbiale, per indicare un oggetto raffinato e regale. Tanto proverbiale che una modestissima tazza di ceramica trovata a Ischia riporta una scritta, databile forse alla fine dell’VIII sec. a.C., che dice: La coppa di Nestore [era] certo piacevole a bersi; ma chi beve da questa coppa, subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona.