La notte di San Giovanni

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Il primo fiore di San Giovanni (iperico) della mia siepe – foto personale

Stanotte tra il 23 e 24 giugno si celebra la notte di San Giovanni. Una notte tra sacro e il profano, carica di riti esoterici che si tramandano dai tempi remoti.

Una notte sentita in quasi tutta l’Italia ma anche all’estero, in particolare in gran Bretagna. La celebre opera di Shakespeare ‘Sogno di una notte di mezza estate’ è ambientata proprio stanotte.

Una festa che ha radici lontane nel tempo e che la chiesa cattolica ha fatto propria, come quella corrispondente del 25 dicembre.

In questa notte, che è anche la più corta dell’anno, si celebrano molti riti che di sacro hanno ben poco ma di profano moltissimo.

«La note de San Zuene
destina mosto, sposalizi, gran e pane.
»

È un proverbio veneto dove in questa notte magica si possono trarre gli auspici per l’anno…

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Uno scrigno di bellezze

Spesso le città son note per un monumento: Padova per la Basilica, Roma per il Colosseo ecc.

Ma Verona di gioielli ne ha; prendiamo la basilica di Sant’Anastasia, per esempio..

Tanto per cominciare conserva il nome di una chiesetta preesistente di epoca longobarda, dedicata alla vergine Anastasia, martire del IV secolo. L’edificio era situato a conclusione del decumano massimo: la principale strada romana di Verona che collegava Porta Borsàri allo scomparso Ponte Postumio. Verso il 1290 si insediò qui l’ordine dei domenicani, che iniziò la costruzione della Basilica gotica, dedicata a San Pietro martire, domenicano originario di Verona e patrono, con S. Zeno, della città.

‘San Giorgio e la Principessa’ , Pisanello

Per non parlare di questo magnifico affresco, commissionato per volontà testamentaria da Andrea Pellegrini. Realizzato tra il 1433 e il 1438, è giunto a noi priva del “Sant’Eustachio che accarezza un cane” e del “San Giorgio armato” che completavano il ciclo, come ci ricorda il Vasari nelle sue “Vite”.

Menzione a parte la merita il pavimento, iniziato nel 1462 su progetto di Pietro da Porlezza. Al centro, lo stemma dell’ordine domenicano.

Una caratteristica quasi unica della chiesa sono le due acquasantiere a fianco delle prime colonne, sono sostenute da due gobbi baffuti, il primo con le mani posate sulle ginocchia ed il secondo con una mano posata sulla testa in una posa che esprime preoccupazione.

Il gobbo a sinistra, posto nel 1491, è attribuito a Gabriele Caliari padre di Paolo detto il Veronese, il secondo (chiamato anche Pasquino perché entrò in basilica la domenica di Pasqua del 1591) è ritenuto da molti opera di Paolo Orefice ed è una cariatide realizzata in marmo rosso di Verona.