Taranta, tarantismo, tarantella.

Tra le fine del 1600 e gli inizi del 1700 il medico dalmata Giorgio Baglivi scrive nel suo trattato “De anatome, morsu et effectibus Tarantulae”: ‘ Nel momento del morso la tarantola inietta un fluido quasi impercettibile, il veleno, che uccide subito il paziente col suo contagio, ove non siano pronte musica e danza…’

Andiamo per gradi.

Poco importa se il suo nome derivi da Taranto o dal vicino fiume Tara. Per il primo etimo propende Nicolas Audebert, poeta e consigliere al parlamento di Bretagna in una delle prime testimonianze, risalente alla seconda metà del ‘500.

Fu l’ antropologo, storico delle religioni e filosofo italiano Ernesto De Martino a fare chiarezza. Oltre ad occuparsi del concetto di spaesamento ( e tanto altro, ndr) sviscerò gli aspetti del tarantismo, fenomeno con il quale si sono confrontate diverse scuole di pensiero e discipline: etnologia, psicologia, storia delle religioni, mitologia, estetica, medicina, antropologia culturale, etnomusicologia, zoologia, psichiatria. I tentativi di comprensione del complesso fenomeno non possono comunque prescindere da un approccio fortemente multidisciplinare, che non si esaurisca in un’analisi medico-diagnostica che individua il carattere psicopatologico, né che etichetti semplicemente il tarantismo come un frutto dell’ignoranza e della credulità popolare.

Ora è addirittura al centro di un evento.

Secondo Ernesto De Martino accanto ad alcuni sporadici casi di reale morso della taranta coesistono una netta maggioranza di casi nei quali il morso diventa un pretesto per risolvere traumi, frustrazioni, conflitti familiari, e vicende personali: un amore infelice, la perdita di una persona cara, le crisi legate alla pubertà e condizioni socio-economiche difficili.

La musica è l’elemento più importante della terapia; infatti, la tarantata, che giaceva al suolo o sul letto, ascoltandola cominciava a muovere la testa e le gambe, strisciava sul dorso, sembrava impossibilitata a stare in piedi e quindi si manteneva aderente al suolo, identificandosi con la taranta. Successivamente batteva i piedi a tempo di musica come per schiacciare il ragno, compiva svariati giri e movimenti acrobatici, finché, stremata dagli sforzi, crollava a terra.

 

3 risposte a "Graziate da Santu Paulu"

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