La Collezione Maramotti dal 13 ottobre presenta “Rhizome and the Dizziness of Freedom” ( Rizoma e le vertigini della libertà, ndr), prima mostra personale in Italia della giovane artista Mona Osman, cresciuta e vissuta tra Budapest, Nizza, Londra e Bristol.

Partendo dall’idea di affiancare episodi biblici a nozioni tratte dalla filosofia esistenzialista – e con l’intento di porre domande, più che di offrire risposte – Osman ha sviluppato pittoricamente una densa riflessione teorica e spirituale sulla ricerca del Sé. 

Ma non andiamo di corsa.

Che cos’è la Collezione Maramotti di Reggio Emilia ?

Ne parlo perchè ebbi modo di visitarla quando mio figlio lavorava nella città emiliana: fu un vero viaggio nell’arte contemporanea italiana e internazionale. Vi si ammirano i sacchi di juta di Alberto Burri, i tagli di Lucio Fontana, passando per Francis Bacon, Piero Manzoni, Pino Pascali e numerose opere del pittore di origini greche Jannis Kounellis. E poi opere di arte Povera nata da quel gruppo di artisti che negli anni ’60 facevano arte con materiali presi dalla natura (come le foglie di tabacco) e dalla tecnologia (come le luci al neon), e creazioni della Transavanguardia italiana (con il fiorentino Sandro Chia, i campani Mimmo Paladino e Francesco Clemente, il marchigiano Enzo Cucchi, i romani Ferruccio De Filippi e Carlo Maria Mariani), del Neo-Espressionismo tedesco (con A. R. Penck, Markus Lupertz tra gli altri).

Inciso personale.

La padrona di casa di mio figlio aveva lavorato per la Max Mara e mi raccontò la nascita di questa realtà, merito delle opere raccolte negli anni da Achille Maramotti, papà della famosa casa di moda Max Mara e grande appassionato d’arte. Il museo si trova appena fuori dal centro storico della città e la visita guidata è totalmente gratuita, previa prenotazione telefonica o online.

Devo confessare che quella fu la mia prima volta in una mostra d’arte contemporanea.

Il palazzo in cui è ospitata la collezione è l’ex-stabilimento industriale di Max Mara, costruito nel 1957 da due architetti reggiani, Antonio Pastorini ed Eugenio Salvarani, con criteri ai tempi davvero all’avanguardia. Il concept dell’edificio è infatti quello di un open space, un ambiente unico privo di pareti divisorie dove si svolgeva l’intero processo produttivo, dal design alla realizzazione del modello.

Quando nel 2003 la ditta ha trasferito l’attività in una nuova sede più adatta alla cresciuta dimensione aziendale, l’edificio è stato convertito in spazio museale secondo un progetto dell’architetto inglese Andrew Hapgood, che ne ha mantenuto la struttura originale al fine di preservare la memoria storica del luogo. Per esempio all’interno sono stati mantenuti i pilastri in cemento a vista e sui pavimenti si possono ancora notare le tracce dei vecchi macchinari. Inoltre il pavimento del piano terra è un continuum tra interno ed esterno, tra giardino e ingresso al museo, a significare una continuità tra città, natura e cultura.

5 risposte a "Quella mia prima volta"

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